Facciamo chiarezza con la dottoressa Margherita Gaiti, endocrinologa di Rete Pas.
Le ultime novità riguardanti il conflitto in Ucraina, in particolare i combattimenti nei pressi della centrale nucleare di Chernobyl, hanno spinto molte persone, in Italia e all’estero, ad acquistare in farmacia integratori contenenti iodio.
Questo aumento della richiesta è legato all’informazione secondo la quale l’assunzione di preparati a base di iodio, sia in grado di proteggere l’organismo, in particolare la tiroide, dalla esposizione a radiazioni che potrebbero derivare da un eventuale danno a un reattore nucleare.
Facciamo un po’ di chiarezza:
Tra le sostanza radioattive disperse nell’ambiente a seguito di un incidente in una centrale nucleare, c’è anche lo iodio radioattivo (131). Lo iodio si accumula soprattutto nella tiroide, ed è il componente fondamentale degli ormoni tiroidei.
L’irraggiamento della tiroide da parte di basse dosi di 131I non necessariamente provoca un danno clinicamente rilevante, grazie ai sistemi di riparazione dell’organismo. La probabilità di sviluppare una malattia tiroidea aumenta proporzionalmente al livello di radiazioni a cui è sottoposta, con una latenza di presentazione di malattia anche di molti anni.
Cosa è consigliato fare?
Le dosi di iodio abitualmente contenute negli integratori alimentari, non sono in grado di saturare la tiroide, prevenendo così i danni da irradiazione.
Come raccomanda l’Istituto Superiore di Sanità, attualmente in Italia è sconsigliato il ricorso fai-da-te a preparati contenenti elevate quantità di iodio, che potrebbero determinare conseguenze negative per l’organismo senza tuttavia proteggere la tiroide. E’ invece sempre raccomandato l’utilizzo di sale iodato per la preparazione degli alimenti.
Qualora si presentasse una reale emergenza nucleare, verranno fornite tempestivamente precise indicazioni riguardanti un eventuale intervento di profilassi farmacologica per l’intera popolazione.