Dott.ssa Maria Giovanna Ulivi, neuropsicologa di Rete PAS

Le difficoltà cognitive come tabù
Le difficoltà cognitive e mentali sono ancora oggi spesso vissute come un tabù.
Parlare di problemi di memoria, attenzione, concentrazione o di cambiamenti emotivi può generare timore e resistenza.
Spesso, infatti, riconoscere una difficoltà viene vissuto come il rischio di essere giudicati o definiti da essa.
In realtà, dal punto di vista clinico, conoscere e riconoscere una difficoltà rappresenta un passaggio fondamentale. È il primo passo per comprenderla e affrontarla in modo adeguato.
Quando la fatica mentale viene fraintesa
Nel corso della vita può capitare di attraversare periodi di maggiore fatica mentale, difficoltà cognitive o fragilità emotive. Quando questi segnali non vengono compresi, possono essere vissuti con confusione o preoccupazione.
Rischiano inoltre di essere interpretati in modo errato, come mancanza di impegno o debolezza personale. Dare un nome a ciò che accade permette invece di rendere la situazione più chiara e meno carica di timore.
Consapevolezza e comprensione dei cambiamenti
Conoscere il proprio funzionamento cognitivo e mentale aiuta a distinguere ciò che rientra nella normalità da ciò che richiede attenzione, supporto o monitoraggio. In assenza di questa consapevolezza, anche chi sta accanto alla persona può trovarsi in difficoltà.
Comprendere i cambiamenti e rispondere in modo adeguato diventa così più complesso.
Il peso del silenzio e dello stigma
Il vero problema non è la presenza di una difficoltà, ma il silenzio che spesso la circonda. Quando una fragilità non viene riconosciuta, può generare senso di inadeguatezza e isolamento.
Possono inoltre emergere risposte non appropriate. Al contrario, affrontare le difficoltà in modo aperto e consapevole consente di ridurre lo stigma e favorisce una lettura più corretta della situazione.
Il ruolo della valutazione specialistica
La valutazione neuropsicologica e psicopatologica ha proprio questo scopo: comprendere le difficoltà cognitive ed emotive. Permette inoltre di orientare eventuali interventi o monitoraggi nel tempo.
Dare un nome alle difficoltà, quando necessario, non significa etichettare la persona. Significa invece offrire strumenti di comprensione e di tutela del benessere.